Il tempo è una cura, una delle più efficaci che io conosca.
Abitua alle perdite, ai dolori, alla sofferenza. Innalza la soglia di dolore e sopportazione di ognuno di noi. Ci rende risoluti, decisi, attenti.
Non è l’ennesima teoria proposta da un sedicente gruppo di studiosi di non si sa quale università dell’Illinois, ma è frutto della mia esperienza.
Da anni ormai, e senza che questo abbia minimamente intaccato le mie capacità e la mia crescita, non sento provenire alcun suono da sinistra. Lo dimentico a volte, come se fosse del tutto normale sentire la tv accesa in sottofondo la sera, a seconda di come io sia girato nel letto. Anche comodo, quando solo qualcun altro la vuole guardare e io voglio dormire.
Normale anche non aver mai compreso appieno l’invenzione dell’effetto stereo nelle cuffie del mio lettore mp3. A fatica ho però capito che da sinistra spesso ci sono suoni che a destra non arrivano, come quelli degli strumenti secondari; in fin dei conti deve essere una bella cosa, per chi la può ascoltare.
Mi hanno spiegato, anni fa, che il timpano non ha poi questa gran funzione. In realtà ciò che conta veramente è il complesso di ossicini che il timpano copre, vero è che poggiando una cuffietta del vostro lettore dietro l’orecchio sentirete distintamente le vibrazioni arrivare e la musica. Non nitida come dovrebbe, certo, ma pur sempre musica.
Non è quindi una gran tragedia, vista così.
Certo, magari avere l’accortezza di mettersi dal lato giusto quando le persone ti camminano accanto parlandoti, o lasciar libero di ascoltare l’orecchio buono se la mattina vuoi sentire la tua dolce metà che ti sussurra un buongiorno.
Ma niente di più. Si campa (e bene) con un rene, con un polmone a volte, figuriamoci con un orecchio. Non è nemmeno antiestetico e la cicatrice degli interventi passati ho dimenticato di averla da tempo immemore (tranne quando il maledetto parrucchiere ci passa i denti del pettine sopra come se stesse scartavetrando la porta del garage).
Non mi è mai importato molto, né ho dato peso al problema, giudicandolo un episodio del passato, come la cicatrice sul ginocchio dovuta alle cadute in bici.
Ho calcolato sempre un unico flusso di informazioni che arrivano dal mondo esterno, e che per me confluiscono tutte a destra. Tutto a destra, dunque, meno che la mia ideologia politica, ovviamente.
Non mi sono sentito menomato (o meno amato), se non per i pochi momenti iniziali, quelli in cui ti rendi conto che devi fare a meno di qualcosa.
Ma, come dicevo, il tempo abitua.
Ora è diverso. Ora mi stanno strappando via l’unico contatto con il mondo esterno, l’unico canale di comunicazione che possiedo.
Chi? Qualcuno si domanderà.
Loro, le coincidenze.
E’ stato un incubo, per un periodo, quello che ora sta succedendo veramente.
Anche parecchio frequente, se non ricordo male.
Adesso però c’è da guardarsi in faccia e restare così, come non so dire. Che ci posso fare in fondo? Dicono che si ricostruirà. Prima doveva farcela da solo, poi non più, devono intervenire loro.
L’ultima volta che mi hanno detto così la ricostruzione si è risolta in un nulla di fatto per ben 3 volte, fino a lasciarmi orfano di tutta una parte. A quanto pare i miei tessuti non apprezzano molto che corpi estranei si introducano senza il loro permesso, e in questo devo dire che mi somigliano parecchio…come dargli torto?
Aspetto dunque, ma nessuno mi venga a parlare di fiducia e di cose che si risolvono.
Del resto ti piazzano il day hospital di venerdi 13 novembre, e con sana rassicurazione ti informano che poi si deciderà il da farsi. Cioè qualcuno sceglierà se vale la pena rimanere sordo o provare a fare qualcosa.
Con tutte le ampissime garanzie, così le chiamiamo oggi, che però vengono sempre espresse in percentuale e non toccano mai il 100. Mai nemmeno il 90, se è per questo. Garanzie, appunto.
Non sarò vittima di niente, comunque vada non è quella la strada da seguire; non serve la pena e la compassione di nessuno.
Sarebbe complicato, però, non poter più scegliere da che lato girarsi.
Non sentire, tra le altre cose, nemmeno la differenza.
Soprattutto sapere che il tempo, stavolta, non ci potrebbe fare nulla.
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Svegliarsi ogni mattina e guardarsi allo specchio è qualcosa che viviamo come necessario,impregnati come siamo della cultura (?) dell'apparenza.
Tuttavia,con le dovute eccezioni,spesso quest'attività può avere come conseguenza un sorriso,figlio della tranquillità di sentirsi per lo meno delle persone decenti,quando non addirittura piacevoli a vedersi.
È inutile essere ipocriti.
Tutto ciò conta e molto.
Può anche dettare l'umore della giornata,o abbatterlo a seconda dei casi.
Adesso facciamo che una delle caratteristiche
Sorridere.
Una delle cose che amo fare di più,anche se ultimamente mi è riuscito molto meno.
Mettiamo in conto che una mattina qualsiasi non possa più farlo.
Che l'immagine allo specchio mostri una vistosa crepa, una breccia.
Che il tuo sorriso sia relegato ad essere l'impronta di ciò che manca,di ciò che dovrebbe essere ma non è, dell'incompletezza, dell'incomprensione, della malinconia, della tristezza, dell'abbandono a sé stessi.
Che non ci sia più niente di cui sorridere,appunto.
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“Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso cucina.
Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici, ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro (…)”
Qualcuno penserà che questo testo sia stato redatto da qualche facinoroso leghista, da un militante dell’estrema destra e razzista o semplicemente da un intollerante.
Lasciamo per un attimo da parte chi lo ha scritto.
Soffermiamoci sui soggetti descritti nel testo. Di chi parliamo?
- “Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono”: rom? Sbagliato.
- “Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci”: cinesi? Sbagliato ancora.
- “si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro”: rom, te l’ho detto!
S B A G L I A T O.
Il testo che avete letto parla di ITALIANI, per la precisione immigrati, ed è il testo ufficiale della Relazione del Congresso Usa per l’Immigrazione del 1912.
Vorrei commentare, alla luce di questo, l’approvazione del decreto che introduce il reato di clandestinità nel nostro Paese.
Un testo vergognoso, con il quale l’attuale Governo Leghista crede di poter porre un freno all’immigrazione clandestina, materia non di facile soluzione e che, anche a parere di chi scrive, ha bisogno di provvedimenti di regolazione urgenti ma pensati e ragionati.
Analizziamo le principali novità, ma prima permettetemi di sottolineare che per l’approvazione del testo il Governo ha richiesto per ben tre volte la fiducia.
Cos’è la fiducia o, più esattamente, la questione di fiducia? E’ quello strumento attraverso il quale il Governo mette sotto scacco il parlamento, obbligandolo a votare una determinata legge perché ritenuta atto fondamentale dell’azione politica esercitata, pena la caduta del Governo stesso. In questo modo si compatta la maggioranza che voterà unita la legge, rischiando altrimenti di “auto-licenziarsi”. In questo modo se anche qualcuno della maggioranza avesse dei dubbi al riguardo, se li deve far passare in nome della poltrona che occupa.
Dopo aver sottolineato in che modo sono stati superati i dubbi in seno alla stessa maggioranza, veniamo ai punti salienti.
1) Se fino ad oggi era possibile rimanere all’interno dei Centri di identificazione Temporanea per 60 gg, adesso questo termine è allungato a 18 mesi. Una pena fino a tre anni di carcere è prevista per chi affitta case o locali ai clandestini.
2) Potranno collaborare con le forze dell'ordine le associazioni di cittadini organizzate in ronde, iscritte in un apposito elenco.
3) Ritorna ad essere penalmente rilevante il reato di oltraggio a pubblico ufficiale.
Il Governo afferma che è una legge per gli italiani.
A me, francamente, sembra solo una legge anti-immigrazione, che lede la già depauperata immagine della nostra nazione.
Sembra che gli Italiani abbiano dimenticato i giorni dell’immigrazione selvaggia nelle americhe, ad oggi la più consistente che ci sia mai stata in epoca moderna, che ha portato all’organizzazione di assetti mafiosi anche oltre oceano, ha favorito l’aumento della criminalità e destabilizzato intere città.
Ma non solo, perché tanta gente onesta ha fatto quel viaggio, come testimonia la forte presenza nel nuovo continente di nostri connazionali.
Andate a guardare nelle memorie delle vostre famiglie e scoprirete un vostro lontano parente immigrato che altro non ha fatto che sfuggire dalla povertà che attanagliava il suo paese in cerca di fortuna. Poi è partito, ha guadagnato, è tornato.
Magari è anche merito suo se ora siete qui.
Stando così i fatti, quel documento da cui siamo partiti non è rappresentativo dell’intera popolazione italiana emigrante, ma solo di una piccola parte che avrà, ne siamo certi, commesso crimini ed efferatezze di ogni tipo.
Con la legge appena approvata non facciamo più questa distinzione ed introduciamo il reato di “non essere italiani”.
Ma nessuno mette in conto che, al momento attuale, esserlo comporta vergognarsene ogni giorno.
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Partiamo da una verità: sono passato dallo stato “solido” a quello “liquido”.
Ho pensato fosse gastroenterite, inizialmente, per poi scartare la possibilità e abbracciare invece una spiegazione molto più filosofica.
La peculiarità dello stato solido possono essere raffigurate con un enorme cubo di pongo, contro il quale vengono lanciati oggetti ad alto effetto contundente (immaginate un cd di Gigi D’Alessio, o la parrucca di Platinette).
Questi oggetti corrispondono agli eventi ed agli accadimenti della vita, ovvero tutto ciò che, letteralmente, lascia il segno.
Io ero un cubo di pongo, anche se il mio aspetto tradiva questa natura e mi rendeva molto più piacente; in quanto cubo di pongo tendevo ad assorbire veramente poco ogni urto, e le cicatrici erano squarci più o meno ampi che se stavano lì a ricordarmi questa o quella cosa.
Poi, un giorno, divenni liquido.
Lo stato liquido ha tra le sue caratteristiche la fluidità.
E poi scivola.
E’ in grado, per capirci, di rendere inutilizzabile (se mai prima lo fosse) il cd di cui sopra, o di rendere incolore la parrucca.
Puoi tirarci addosso di tutto e lui non mostrerà mai alcun segno del passaggio di eventi più o meno dolorosi, ma ci passerà sopra con naturalezza e continuerà a scorrere, scivolare e ancora scorrere.
Il suo è un impatto positivo con il mondo, perché pare che la sua esistenza debba fare i conti con un numero infinitesimo di spiacevoli situazioni.
Sembrerebbe l’ideale.
In realtà ho scoperto un inconveniente di non poco conto: altro non si fa che raccogliere, nascondere e trasportare gli eventi fino al punto in cui, inevitabilmente, tutto torna a galla.
Forte di questa consapevolezza e dell’amore sconsiderato per i legumi, altro non mi resta che passare allo stato gassoso.
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Oscillavo, e con me tutto quello che ho.
Due secondi per mettersi seduto sul letto, cinque per infilarsi i pantaloni del pigiama, meno di un attimo per capire quello che stava succedendo.
Oscillavo, e pensavo “sarà il caso di pregare?”. Non l’ho fatto, perché quando smetti di credere in qualcosa lo devi fare seriamente. Ma il mio “basta basta basta basta basta”, durato quaranta lunghissimi secondi, è servito.
Non ho tremato, come non ha tremato il resto.
Oscillavo, appunto.
E la sensazione non era di impotenza, stranamente.
Perché, dai, siamo seri… non può succedere proprio a me: ho un futuro da scrivere e mille parole da dire, contestazioni da fare. Io ho ancora bisogno di tempo e quindi non potevo venir giù con quel palazzo.
Ma ho vacillato insieme alle mie cose, ho pensato che in fondo potesse essere un buon compromesso: ho fluttuato a destra e poi a sinistra e poi di nuovo a destra.
Sapevo si sarebbe accontentato e quindi l’ho accompagnato.
Il risveglio mi ha portato altre verità. Non mi aveva risparmiato, era solo giunto a me sazio.
E per mangiare s’è arrampicato fin lassù, il maledetto: l’ha strattonata e tirata giù per le zampe, non curandosi del nome che porta e che la vorrebbe al sicuro, lassù, tra i cieli.
Mi domando che razza d’idea di stabilità può esserci in chi non fa altro che tremare giorno e notte, avendola smarrita io stesso, che pure soltanto ho barcollato.
Continuo ad oscillare a tutte le ore, con grande fastidio.
Ma devo poter convivere con certezze irrimediabilmente flesse, nel rispetto di coloro ai quali si sono spezzate sopra e sotto i piedi, senza che nemmeno se ne rendessero conto.
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